Si combatte sui mari l’ultima battaglia per l’Africa. L’Europa interessata guarda e aspetta

Silhouette of oil platform in sea against moody sky at sunset

Si combatte sui mari una delle ultime battaglie dell’Africa che cambia. Ma non è quella contro i pirati, che negli anni hanno infestato tanto l’Oceano Indiano che il Golfo del Benin. È un conflitto in cui i ‘soldati’ sanno di giurisprudenza, le cui armi sono trattati vecchi di decenni se non di secoli e in cui l’Onu spesso interviene a fare da paciere, ma senza ‘caschi blu’.

La posta in gioco della disputa sono – come in molti casi – allo stesso tempo i confini e le risorse: quasi il 70% delle frontiere marittime africane (per l’esattezza 68 su un totale di 100), in effetti, resta ancora indeterminato. E questo ha conseguenze, innanzitutto, sulla spartizione dei giacimenti di petrolio e gas che sempre più di frequente vengono scoperti al largo delle coste del continente.

9939Il fenomeno non è nuovo: già nel 1964, ad esempio, Tunisia e Algeria si erano confrontate sulla ‘proprietà’ del giacimento di El-Borma, infine diviso dopo un accordo tra i due capi di Stato: negli anni successivi le controversie si erano moltiplicate, portando spesso all’intervento di istituzioni internazionali come la Corte internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ-CIJ), che ha risolto – tra gli altri – i casi del ‘blocco 7 novembre’ (protagonista della vicenda fu di nuovo la Tunisia, opposta in questo caso alla Libia), nel 1982, o quello della penisola di Bakassi, per la quale si erano scontrate Nigeria e Camerun. Un caso quasi paradossale questo, considerato che – ufficialmente – di giacimenti petroliferi già scoperti non ne esistono: ma in questi anni di ‘fame’ di energia anche le prospezioni di ricerca sono un affare lucrativo.

Per la Corte, che fa parte del sistema delle Nazioni Unite, anche i prossimi anni si annunciano impegnativi. Sarà infatti chiamata a decidere sulle vicende che oppongono Somalia e Kenya in Africa orientale e Costa d’Avorio e Ghana in quella occidentale.

Più che gli abitanti di questi Stati, però, ad attendere i verdetti saranno le multinazionali dell’energia, tra cui non mancano le aziende europee. Giganti come Total (Francia) ENI (Italia) e BP (Regno Unito) o nomi emergenti come l’anglo-irlandese Tullow Oil, poco importa: quel che conta è che il Vecchio continente gioca e giocherà – attraverso le sue imprese – un ruolo anche nel nuovo scramble for Africa, la corsa alle risorse a nord e a sud del Sahara, dopo aver dato vita al primo, alla fine dell’Ottocento.

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La Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite

In questo senso non è forse un caso che i due autori dello studio citato sui confini marittimi siano Robert Van de Poll, giurista del gruppo ingegneristico olandese Fugro, e David Bishopp, che lavora per la compagnia petrolifera portoghese Galp. E anche dalla storia arrivano scenari simili: al tempo della storica disputa su El-Borma l’Europa aveva già motivi per osservare attentamente la vicenda. Il giacimento, infatti, fu scoperto dall’italiana Agip.

Ma davvero portare i trattati e le mappe d’epoca coloniale in aula è l’unica maniera di decidere a chi spettino le acque del mare, i giacimenti che nascondono e i relativi profitti?

A dimostrare il contrario potrebbe essere, tra gli altri, il caso che ha coinvolto Senegal e Guinea Bissau. Nel 1995, invece di cercare la via dello scontro, si accordarono per creare un’agenzia “di gestione e di cooperazione” e spartirsi le risorse marine: 80% a Dakar, il resto a Bissau.

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La stessa Nigeria, che pure aveva lottato a lungo prima di restituire, nel 2008, Bakassi al Camerun si era comportata diversamente quando la controparte era il piccolo arcipelago di Sao Tomé e Principe. Nel 2001 Abuja accettò di incamerare ‘solo’ il 60% dei proventi della “zona di sviluppo congiunto” costituita insieme all’ex colonia portoghese. Anche in questo caso, l’Europa ha avuto i suoi benefici dall’accordo: proprio la portoghese Galp è una delle quattro compagnie in lizza per le nuove concessioni annunciate da Sao Tomé e altre due sono società con sede a Londra.

Davide Maggiore per Africaeuropa

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