Dieci cose (più una)
che ho imparato al Summit
sulle migrazioni della Valletta

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Punto 1: A volte i giudizi su un evento sono più legati alle nostre aspettative che non alla realtà dei fatti. Davvero qualcuno pensava che l’Unione europea sarebbe arrivata a Malta proponendo i corridoi umanitari per i migranti africani? Ammesso che si riesca a dare una definizione concreta di cosa si intenda con il termine “corridoio umanitario”. Il mio non è cinismo è realismo. L’Europa sta andando, non da oggi, per un’altra strada ed è pura illusione pensare che si possa cambiare visione folgorati sulla via di Malta.

Punto 2: Quando il presidente Donald Tusk dice: “Salvare Schengen è una corsa contro il tempo”. Aggiungendo: “L’unico modo per salvare la mobilità interna è garantire i controlli alle frontiere”. Non fa retorica, ma lo pensa davvero. I leader europei sono immobilizzati dalla paura di vedere compromesso uno dei capisaldi dell’Unione stessa. Che poi si identifichi nei migranti la minaccia e la causa di questa situazione è un altro discorso. Ma questa, purtroppo, è la realtà (vedi punto).

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Punto 3: Il “no” dei Paesi africani al piano di rimpatri proposto dall’Europa è la vera notizia del Summit. L’Africa, a differenza di altre occasioni, è apparsa compatta su questa posizione. E’ altrettanto certo che l’Europa cercherà, già dai prossimi mesi, di trovare accordi con i singoli Paesi all’interno dei Processi di Karthoum e Rabat. La strategia Ue non cambia.

Punto 4: Tra le iniziative proposte dal piano d’azione sottoscritto a Malta è previsto il coinvolgimento di ufficiali dei Paesi africani nelle operazioni di identificazione dei migranti arrivati in Europa. Un progetto pilota dovrà partire entro i primi mesi del 2016. La partecipazione dei Paesi africani è volontaria: la speranza è che non vengano coinvolti regimi come quello eritreo, sudanese o gambiano. Sarebbe quanto meno imbarazzante.

Punto 5: Il Trust Fund per l’Africa è più nebuloso delle scie chimiche. Al momento non è chiaro quali Paesi siederanno nel board che deciderà i progetti insieme alla Commissione. L’approccio è però ancora fortemente eurocentrico: l’Europa mette i soldi e decide i progetti. L’Africa, se va bene, farà da osservatrice e da beneficiaria. Beneficenza 2.0.

tsiprasPunto 6. Il fatto che 31 Paesi europei (i 28 dell’Ue più Norvegia, Svizzera e Islanda) abbiamo – ad oggi – contribuito al Fondo per l’Africa con risorse volontarie per 78 milioni di euro, fa capire quanto davvero si tenga a “combattere alla radice le cause delle migrazioni” e, sopratutto, quanto si creda in questo strumento. Alcuni Paesi come Slovenia, Lituania, Bulgaria hanno messo 50 mila euro (a questo punto potevano fare un crowdfunding). La Croazia zero (ma forse è più dignitoso astenersi che dare le briciole). Germania, Gran Bretagna e Francia 3 milioni (il minimo per sedere nel board che deciderà i progetti). L’Italia è arrivata fino a 10. Per inciso: sarei curioso di capire quanto è costato il Summit de La Valleta.

Punto 7: Tra i progetti che potranno essere finanziati dal Trust Fund non ci sono solo iniziative di sviluppo, creazione di posti di lavoro, assistenza umanitaria, ma anche progetti per il “miglioramento della gestione delle migrazioni” di sicurezza (vedi il punto 4). Non è al momento chiaro come verranno suddivisi i soldi tra queste voci. Che sia un tocco di cipria dietro cui nascondere il finanziamento dei rimpatri?

Punto 8: Ci potranno essere anche cause logistiche o economiche, ma la sproporzione tra giornalisti europei e africani presenti al Summit è una bella cartina di tornasole dell’attenzione data sul versante africano a questi incontri. L’Africa ormai sembra guardare altrove o forse è semplicemente stanca di questa retorica.

etiopiaPunto 9: L’Africa ha continuato a chiedere meno aiuti e più investimenti, lavoro e opportunità per i giovani africani (possibilmente in Africa). Ma su questo punto i leader europei, al di là delle parole, sembrano essere sordi, troppo presi a gridare: “Aiutiamoli a casa loro” (con tutte le sfumature e i dialetti del caso).

Punto 10: Per capire chi realmente conta in Europa basta guardare le presenze dei giornalisti alle conferenze stampa. Quando queste sono in contemporanea non si può scappare. Al termine del Consiglio europeo informale Merkel batte Hollande e Tusk 3 a 0. Per la cronaca: la presenza di Renzi è passata quasi inosservata.

Punto 10 + 1: Puoi entrare in una sala stampa con 200 giornalisti da una cinquantina di Paesi, ma finirai sempre a fianco di un free lance italiano.

PS. Al Summit de La Valletta sulle migrazioni, gli unici migranti che si sono visti sono questi (apparsi sulle mura della fortezza durante la cerimonia inaugurale)

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2 pensieri su “Dieci cose (più una)
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sulle migrazioni della Valletta

  1. Joe Xuereb

    Secondo me sono in tanti i giovani(la maggioranza maschi) africani che hanno deciso che per loro non c’e’ scelta altro che quella di vivere il resto dei loro giorni in Europa. Che sia la scelta di gente povera e maltrattata si capisce. Parlo pero’ dei tanti che, migliorato il tenore di vita con aiuti finanziarii ed investimenti suo malgrado, continueranno a preferire vivere all’estero, appunto in Europa. Sarebbe oppotuno impedirgli la partenza dei proprii paesi?

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    1. Michele LuppiMichele Luppi Autore articolo

      Se noi riuscissimo con politiche lungimiranti ad evitare la fuga di chi scappa da estrema povertà e guerre avremmo già risolto gran parte della questione. Poi lei tocca un tema caro anche alla stessa diaspora africana in Europa: è vero, bisogna lavorare per dare ai giovani africani l’opportunità (non può essere un obbligo) di tornare nei loro Paesi di origine per contribuire al loro sviluppo. Ed incentivare questi rientri: penso ad un sistema di prestiti agevolati per dar vita ad attività economiche, ad una maggior mobilità nell’ambito accademico…Qualche esempio virtuoso c’è già: penso all’African Summer School (di cui ho parlato in un precedente post) e al loro tentativo di coinvolgere i giovani della diaspora a creare business in Africa. Sono queste le azioni virtuose che andrebbero sostenute.

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