Dopo Francia e Germania, l’Italia pensa ad inviare truppe nel Sahel. Opportunità e criticità di una missione

“Il Ministero della Difesa smentisce le notizie relative all’invio di militari italiani in Niger. Si sottolinea che non vi è nessuna ipotesi operativa al riguardo. La simulazione e pianificazione di tali azioni rientra nella normale attività addestrativa degli Stati Maggiori e riguarda le principali aree di crisi”.

Con questa nota il Ministero della Difesa italiano ha smentito, nei giorni scorsi, le notizie diffuse dal quotidiano La Repubblica circa la messa a punto dell’Operazione militare italiana “Deserto Rosso” tesa a contrastare i flussi di immigrati illegali che dal Niger raggiungono la Libia.

Il giornalista Gianluca Di Feo aveva ricostruito i contorni di una missione militare che avrebbe portato nel nord del Niger, al confine con la Libia, in pieno deserto, circa 500 militari italiani con il compito di contrastare il flusso di migranti dal Niger alla Libia.

Per fare questo, sempre stando alla ricostruzione, i ministri degli Interni di Italia e Germania, Marco Minniti e Thomas de Maizière, avrebbero scritto a Bruxelles per chiedere l’autorizzare della spedizione.

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Smentita reale o solo tattica?

Al momento non sembra facile ipotizzare un coinvolgimento diretto dell’esercito italiano sul terreno, ma guardando all’ormai consolidata presenza francese nell’area e al recente protagonismo tedesco, il governo italiano potrebbe sentirsi in dovere di intervenire per non restare estromesso dalla partita del Sahel.

Un intervento che potrà comunque avvenire solo sotto l’ombrello Ue con l’obiettivo  di implementare il piano Minniti: impedire gli arrivi di migranti in Italia bloccando le loro partenze a sud della Libia verso il confine con il Niger.

Ecco perché i fondi promessi da Alfano e Minniti alla Libia e al Niger saranno spesi inutilmente

I problemi e le criticità di un intervento appaiono però molteplici. E non tanto sul fronte dell’intesa con il  governo nigerino che ha già dimostrato massima collaborazione con il “nuovo” approccio europeo fatto di aiuti in cambio di controllo dei flussi migratori.

Su questo fronte la collaborazione con l’Italia è già avviata: ad aprile il ministro degli esteri Alfano ha siglato con il suo omologo nigerino un accordo da 50 milioni di euro proprio per il potenziamento delle forze di polizia e i controlli delle frontiere.

Altri fondi sono arrivati al Paese tramite il Fondo fiduciario per l’Africa istituito dall’Unione europea.

I veri nodi della partita appaiono però altri.

Prima di tutto non bisogna sottovalutare il costo economico (e, forse, persino umano) di una missione di questo tipo: inviare e mantenere un contingente di 500 soldati in un terreno così impervio e difficile come quello del Sahara, muovendosi in zone desertiche, ha costi logistici consistenti (tenendo presente che gran parte dei rifornimenti dovranno avvenire per via aerea), oltre a prevedere un necessario adattamento dei mezzi. Il governo sarà in grado di convincere il Parlamento a finanziare una missione di questo tipo? Vi sarà una partecipazione europea alle spese?

Ma, soprattutto, ad apparire delicati sono gli equilibri diplomatici all’interno della stessa Unione europea con un intervento giocato in un terreno che la Francia ha da sempre considerato sotto la propria sfera di influenza. Non è un caso che la prima missione del neoeletto presidente francese fuori dall’Europa sia stata proprio in Mali, a Gao, per far visita ai militari impegnati nella missione Barkane.

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Uno scenario in cui – come già anticipato – si muove da tempo anche la Germania.

“A fine gennaio – scrive Andrea De Georgio su Nigrizia di maggio – il parlamento tedesco ha ampliato il contributo alla Missione di stabilizzazione dell’Onu in Mali, la Minusma, con l’invio di 350 uomini che, aggiungendosi ai 650 già presenti, andranno a formare il più grande dispiegamento della Bundeswehr attualmente all’estero”.

Alla Germania spetta anche la guida di Eucap-Sahel la missione di polizia europea con un bilancio annuale, per il solo Niger, di 26,3 milioni di euro (ma i soldi che l’Ue è disposta ad investire sono molti di più – lo spiega bene Sara Prestianni in questo articolo).

Mandato della missione: “Assistere il governo centrale e le autorità locali del Niger, nonché le forze di sicurezza nell’elaborazione di politiche, tecniche e procedure per meglio controllare e contrastare la migrazione irregolare”.

Un impegno che si concretizza in particolare nell’addestramento delle forze di polizia e di frontiera.

Infine vi è un terzo punto, forse il più critico: siamo sicuri che chiudere la rotta aumentando i controlli lungo attorno alla città di Agadez fermerà i viaggi? O, come più volte accaduto negli ultimi anni, si troveranno semplicemente nuove strade.

Dopo aver visto migranti del Marocco e, persino, della Repubblica Democratica del Congo bloccati ad Idomeni (in Grecia) lungo la rotta Balcanica, semplicemente perché era la via in quel momento più facile per arrivare in Europa, mi sono convinto che le vie delle migrazioni sono davvero infinite. A cambiare sono solo i costi e i pericoli.

Il rischio è allora quello di bruciare – letteralmente sotto il sole del Sahara –  centinaia di milioni di euro per inviare soldati e contingenti militari, sottraendoli non solo alla Cooperazione allo sviluppo, ma anche alla promozione dei rimpatri assistiti o ai ritorni volontari (nell’ottica di una migrazione circolare), alla costruzione di vie legali per arrivare in Europa (corridoi umanitari, borse di studio) e ad iniziative per contrastare la marginalizzazione di una regione – quella del nord del Niger (ma discorso analogo vale per Mali e Ciad) – che si percepisce come distante, non solo geograficamente, dal cuore del potere economico e politico del Paese.

A riguardo vi invito a leggere e a seguire il progetto #DivertedAid finanziato all’European Journalism Centre (Ejc) attraverso l’Innovation in Development Reporting Grant Programme e pubblicato in Italia da La Stampa.

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