Mediterraneo: crollano gli arrivi in Italia. Ma in Europa
si può davvero esultare?

A member of Libya’s coastguard points during a patrol east of Tripoli, Libya May 28, 2015. REUTERS/Ismail Zitouny

Non c’è che dire, i dati parlano chiaro: la strategia messa in atto dal governo italiano, con il sostegno dell’Unione europea, e portata avanti con determinazione dal ministro degli interni Marco Minniti sta dando i frutti desiderati: nel mese di agosto il numero di migranti soccorsi in mare e portati sulle coste italiane, per entrare poi nel sistema di accoglienza, è drasticamente diminuito.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’interno le persone sbarcate dal 15 al 24 agosto sono state 511 a fronte delle 3850 dello stesso periodo del 2016.

Un calo così drastico da incidere anche sul dato annuale: da gennaio 2017 gli arrivi via mare in Italia sono stati 98145 con un calo del -6,85% rispetto al 2016. Per rendere l’idea dell’inversione del trend: a fine giugno si registrava un più 16%, diventato più 1% a fine luglio.

Ma cosa è stato a determinare questo calo?
Sono principalmente due i fatti alla base di questo deciso cambio di rotta.

Il primo è rappresentato dall’approvazione da parte del Consiglio dei ministri italiano di una nuova missione italiana in Libia, con l’invio di una nave e la restituzione di quattro motovedette, a sostegno della Guardia costiera locale e del governo del presidente Serraj.
Dalla Commissione europea è arrivato anche – a fine luglio – un nuovo contributo di 46 milioni di euro per rinforzare le capacità di controllo dei confini e la gestione dei flussi migratori.

Una linea che ha raccolto anche il plauso dei principali leader europei riuniti il 28 agosto a Parigi. Tanto che il presidente francese Macron ha parlato dell’intesa Italia-Libia come di un esempio.

Si tratta in ogni caso di accordi – è importante dirlo – che riguardano uno solo dei due governi presenti nel Paese, quello insediato a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. Il governo di Bengasi, guidato dal generale Haftar, ha invece rigettato l’accordo accusando l’Italia di aver invaso le acque territoriali del Paese.

Il secondo punto, strettamente legato al primo, è stata la decisione del governo Serraj, arrivata attorno al 10 agosto, di rivendicare la propria area di ricerca e salvataggio, vale a dire quella zona di mare – al di fuori delle acque territoriali – su cui comunque un Paese è tenuto a vigilare. E’ da allora che la Guardia Costiera libica ha iniziato a pattugliare la zona bloccando le barche e riportando le persone a bordo verso la terra ferma. Non solo: la Guarda Costiera ha anche intimato – in molti casi usando le maniera forti – alle ONG presenti nella zona di allontanarsi tanto che le principali ONG ancora attive hanno deciso di bloccare le loro missioni.

Le decisioni del governo sembrano però trovare ampio consenso nell’opinione pubblica italiana: secondo un sondaggio Ixè, presentato il 4 agosto scorso ad Agorà Estate (Raitre), il 69% degli italiani ritiene giusto schierare le navi militari nel Mediterraneo per fronteggiare l’emergenza migranti. A rispondere che si tratta di una scelta sbagliata è stato invece il 26% degli intervistati.

E poco importa se le notizie che arrivano dalla Libia, ed in particolare dai centri di detenzioni per migranti, parlando di torture e di condizioni inumane.

Federico Soda, direttore dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim (organizzazione presente in Libia ai punti di disimbarco insieme all’Unhcr), lo ha detto chiaro al Comitato Schengen: «Consideriamo inaccettabile fare dei soccorsi in mare per poi riportare i migranti in luoghi le cui condizioni sono considerate inaccettabili in tutto il mondo. Quando la Libia potrà essere considerata un porto di sbarco sicuro faremo altri ragionamenti. Per altro così si continua ad alimentare la tratta e il traffico».

Senza dimenticare come – alcune inchieste giornalistiche – abbiamo dimostrato come i capi della Guardia costiera libica, a cui oggi vengono dati soldi e mezzi, siano stati per anni complici degli stessi trafficanti.

Qualche giorno fa in un articolo sulle condizioni dei campi di detenzione per i migranti in Libia, Domenico Quirico sulla Stampa ha scritto: “Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani. Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare. Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto”.

Parole che interpellano tutti noi.

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