Causa Ikebiri contro Eni.
La piccola comunità nigeriana cerca giustizia in Italia

All’avvocato Luca Saltamacchia, rappresentante legale della comunità ikebiri da ieri in causa contro il colosso petrolifero Eni, il paragone biblico di Davide contro Golia non piace. «Perché Golia aveva la forza e Davide l’astuzia. Qui, invece, Eni ha sia l’una che l’altra», racconta con un sorriso non nascondendo la difficoltà della sfida appena iniziata.

Ma il clima nella sala della Casa dei Diritti di Milano, dove ieri sera si sono ritrovate alcune associazioni a poche ore dalla prima udienza del processo civile ikebiri contro Eni, è rilassato perché la piccola comunità del Delta del Niger, danneggiata dall’esplosione di un oleodotto nel 2010, ha ottenuto un primo piccolo ma significativo risultato: il giudice ha scelto di non pronunciarsi sulla competenza di giurisdizione del Tribunale di Milano rimandando le parti a una seconda udienza che si terrà il prossimo 18 aprile.

«Questo significa che potremo presentare le nostre memorie e portare le prove raccolte, come le analisi che dimostrano il persistente inquinamento del terreno, – precisa l’avvocato –, anche se il giudice potrebbe sollevare in qualsiasi momento del procedimento la mancanza di giurisdizione e rimandare al tribunale nigeriano. Noi, invece, crediamo che Eni sia responsabile perché quanto avvenuto viola le regole di due diligence che la stessa compagnia si è data».

I fatti    

I fatti risalgono al 5 aprile 2010 quando un oleodotto gestito dalla Nigerian Agip Oil Company (Naoc), sussidiaria nigeriana di Eni, è esploso inondando una superficie di 17,6 ettari nei pressi del villaggio di ikebiri. «Il guasto tecnico che ha provocato la fuoriuscita del petrolio, ammesso dalla stessa Naoc, risale al 5 aprile, ma l’ammissione del guasto e l’intervento dei tecnici non è arrivato prima dell’11 aprile, quasi una settimana dopo», racconta  Godwin Ojo, ambientalista nigeriano direttore dell’associazione Friends of the Earth Nigeria che sta sostenendo la comunità del Delta in questa battaglia. «Terreni agricoli, stagni e fiumi dove la popolazione pesca, sono stati contaminati e l’intera comunità (circa 5 mila persone) è stata privata dei propri mezzi di sostentamento. Per questo chiediamo all’Eni di prendersi le sue responsabilità, di pagare una giusta compensazione e di bonificare il terreno perché questo non è stato fatto». Da parte sua Eni ha sempre sostenuto che la sua sussidiaria ha già effettuato la bonifica dei terreni, mentre una compensazione di 20 mila dollari è stata rifiutata dalla stessa comunità che chiede invece 2 milioni di euro. «Speriamo di ottenere giustizia più velocemente e che questo possa portare al ripristino dei nostri mezzi di sostentamento. Insieme possiamo vincere», prosegue l’ambientalista nigeriano per cui questo è solo uno dei tanti casi di inquinamento provocato dalle compagni petrolifere che agiscono nel Delta del Niger, una delle zone più ricche di petrolio dell’intera Africa.

Continua a leggere l’articolo scritto da Michele Luppi (direttore di Africaeuropa.it) per il sito della rivista Nigrizia.

Foto tratte dall’account twitter di Friends of the Earth Europe

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