C’era davvero bisogno
di tassare le rimesse?

Dal primo gennaio 2019 il governo italiano ha introdotto una tassa dell’1,5 per cento sulle transazioni finanziarie dirette verso i Paesi extra-Unione europea. Il provvedimento, contenuto nel decreto fiscale, riguarda nello specifico tutte le transazioni di importo superiore ai 10 euro di natura non commerciale, finendo per interessare soprattutto gli utilizzatori delle agenzia di money trasfer.

In Italia, secondo un recente studio della Fondazione Moressa riportato da Avvenire, il volume delle rimesse nel 2018 è tornato in crescita per la prima volta dal 2013: nel primo semestre il flusso finanziario verso l’estero ha raggiunto i 2,71 miliardi, l’11% in più dello stesso periodo del 2017. Questo significa un totale di circa 5,5 miliardi nell’intero 2018.
Di questa somma però il 20% resta dentro i confini dell’Unione europea, dove la comunità rumena è la più attiva da questo punto di vista.

Applicando la nuova tassa dell’1,5% agli oltre 4 miliardi restanti si arriva ad una cifra tra i 60 e i 70 milioni di euro. Pochi? Tanti? Dipende, ovviamente dai punti di vista.

All’interno di un interessante approfondimento sul tema – disponibile su www.tvsvizzera.it – Riccardo Franciolli ha intervistato il sottosegretario agli Affari Regionali del governo italiano, Stefano Buffagni, del Movimento 5 Stelle, che così ha spiegato il provvedimento: “Ci sono flussi finanziari generati in Italia che vengono trasferiti all’estero, ricorda Buffagni. Secondo noi è giusto che questi soldi vengano spesi in Italia. Se vanno all’estero è corretto tassarli”.

“Questa tassa serve anche per disincentivare i furbi perché a volte queste rimesse sono utilizzate per riciclare denaro”, prosegue Buffagni, che conclude: “Capisco che le rimesse siano importanti per i Paesi che li ricevono ma noi dobbiamo difendere gli interessi dell’Italia e fare un po’ di cassa serve sempre…”.

Scelte legittime del governo ma che appaiono in controtendenza rispetto agli impegni che l’Italia ha assunto, insieme al resto della Comunità internazionale, proprio sul fronte delle rimesse a partire dal G8 dell’Aquila del 2009.

In quell’occasione i leader delle prime otto economie del mondo si impegnarono – senza troppa convinzione per la verità – a ridurre la tassazione delle rimesse al di sotto del 5 per cento. Asticella che è stata ulteriormente abbassata al 3% nel decimo Obiettivo dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Dietro questa volontà di favorire la portata e l’efficacia delle rimesse non vi è la volontà di fare un favore ai migranti, ma la consapevolezza di come queste risorse rappresentino un motore di sviluppo per molti Paesi, tanto da rappresentare – per Paesi come Tagikistan, Kirghizistan, Nepal, El Salvador e Honduras – fino ad un terzo del PIL.

Stiamo parlando, secondo le previsioni della Banca Mondiale, di un vero e proprio tesoro, a livello globale, del valore di 528 miliardi di dollari nel 2018; 45 miliardi di dollari sono solo le rimesse dirette verso l’Africa sub-sahariana.

Per fare un paragone nel 2017 gli aiuti pubblici allo sviluppo versati dagli Stati dell’Unione europea verso l’Africa sub-sahariana ammontavano a 23,9 miliardi, 12 miliardi quelli degli Stati Uniti d’America.

Eppure, a distanza di dieci anni dal G8 de L’Aquila, siamo ancora lontani da raggiungere il traguardo prefissato del 5 per cento.

Nel quarto quadrimestre del 2018 il costo medio delle rimesse in partenza dai Paesi del G8 (calcolato su un invio di 200 dollari) era del 6,71%, percentuale che sale al 7,22 se consideriamo la media nei Paesi del G20, con punte che – in alcuni Paesi – arrivano a toccare anche il 9 per cento. Percentuali a cui, ora in Italia, bisogna aggiungere la tassazione dell’1,5 per cento.

Certamente non saranno questi 60 o 70 milioni di euro all’anno a cambiare il bilancio dello Stato Italiano (stiamo parlando dello 0,004% del Pil del 2017) così come non cambieranno la sorte dei Paesi verso cui questi fondi sono diretti.

Ma è l’inversione di tendenza di fronte agli impegni assunti in passato a preoccupare: perché, in un mondo sempre più ineguale, come dimostrano i dati Oxfam, le rimesse rappresentano una piccola ma significativa leva redistributiva che permette di far arrivare nel sud del mondo un po’ della ricchezza generata al nord.

Michele Luppi

 

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